«Un padre ed una figlia eccoli lì: lui biondo, bello, sorridente, lei goffa, lentigginosa spaventata. Lui elegante e trasandato, con le calze ciondolanti, la parrucca infilata di traverso, lei chiusa dentro un corsetto amaranto che mette in risalto la carnagione crea».
Sono tanto diversi eppure tanto simili Marianna Ucria e suo padre, quel genitore che l’ha tanto amata e allo stesso tempo tanto odiata. Infatti, il padre, che è il suo unico punto di riferimento, la costringe a sposare lo zio…il marito-zio che ha abusato di lei. Ma Marianna, sin da piccola, non si dà per vinta e lotta con tutte le sue forze, rifugiandosi nel mutismo e ricordando per certi versi la Clara della “Casa degli Spiriti” di Isabel Allende. Clara e Marianna, nonostante vivano in un contesto storico e sociale differente, si somigliano molto. Come dimenticare le apparizioni in casa Trueba e la capacità della Ucria di leggere nella mente delle persone? Entrambe sono le vittime e allo stesso tempo le dame di una società conformista. Ma tutte e due vanno controcorrente, dimostrando tenacia e sensibilità. Marianna sviluppa la capacità di parlare con la mente, soprattutto con gli occhi, scoprendo i piaceri della sessualità e dei viaggi. La lettura farà crescere la piccola Ucria che abbandonerà un mondo fatto di silenzi per entrare in una dimensione sconosciuta alle donne, o meglio ai nobili, della Sicilia settecentesca.

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