«La battaglia per la libertà di stampa per quanto mi riguarda è la battaglia per la possibilità di continuare serenamente a scrivere. Le mie parole hanno il senso della libertà come quelle del fotoreporter Christian Poveda, ucciso per aver realizzato un film sui narcotrafficanti del Salvador. Si è parlato poco di questo assassinio perché si pensa che la gente sappia già tutto, ma non è così e le mafie sono terrorizzate dall’idea che la gente capisca. La responsabilità maggiore per chi racconta queste cose è arrivare alle persone: nulla di ciò che scrivo fa veramente paura; loro hanno paura di chi legge». Così Roberto Saviano sul numero di questa settimana de L’Espresso. Saviano in una lettera all’Italia infelice esprime tutto il suo rammarico per una Nazione apparentemente «allegra», un Paese «spensierato, in fila per partecipare alla fortuna milionaria delle lotterie e per vincere un posto in un reality show». «Ma L’Italia oggi è profondamente infelice e triste – scrive Saviano -. (…) Ho sempre dentro il racconto di un immigrato africano che incontrai a Castel Volturno prima delle riprese del film “Gomorra”: “La cosa che odio degli italiani è la loro gelosia, quell’invidia cattiva che hanno nei confronti di chiunque riesca ad ottenere qualcosa. Quando in Francia lavori molto, riesci a guadagnare e puoi comprarti una bella macchina, ti guardano riconoscendo il risultato. Dicono: “Quanto ha faticato per farcela”. Invece quando in Italia ti vedono al volante della stessa auto senti subito che ti stanno dicendo “Stronzo bastardo”».
Quanto sono vere le parole di Roberto Saviano. Quante volte abbiamo dovuto sopportare le critiche di quelle persone che vivono nell’inerzia e che sanno solo giudicare ed offendere chi lavora sodo ed onestamente? Quante volte non siamo stati compresi e siamo stati derisi per le nostre idee anticonformiste? Ebbene questo capita, come afferma l’autore di Gomorra, «solo nei Paesi dove i diritti diventano privilegi, e quindi dove il nemico non è il meccanismo sociale che ha permesso questo, bensì chi riesce ad avere quel diritto». Tutto ciò «si combatte solo raccontando quello che non va, perché solo raccontando di quell’Italia arida si potrà sconfiggere l’infelicità: la libertà di stampa è utile per essere felici». Purtroppo si dà enfasi solo ad alcuni episodi, dimenticando la vita autentica, le difficoltà delle persone, delle famiglie, dei disoccupati, degli ammalati…insomma degli ultimi. Invece, le notizie vengono pilotate, manipolate e il “povero” giornalista si adegua per non essere emarginato e per non perdere il posto di lavoro.
«L’assenza di serenità ci porta a rinunciare alla libertà di stampa – afferma Saviano -. Sapere che la replica al proprio lavoro non sarà una critica, ma un’offesa e un attentato alla sfera privata spinge ad autocensurarsi, convince a non attaccare qualunque autorità, rende schiavi del potere. (…) Il giornalista non è eletto, rappresenta se stesso o la sua testata, rappresenta le proprie idee: non deve rispondere della vita privata. Non importa quali siano i suoi orientamenti sessuali o la sua religione: fa domande in nome del proprio lavoro e della possibilità di interrogare la democrazia».
Poi, Saviano riflette sui politici: «Fare il politico oggi nell’immaginario è fare il lavoro più semplice e comodo. Mi vengono in mente le famiglie meridionali in cui il figlio più intelligente fa l’imprenditore e quello incapace il politico. (…) Sono cresciuto a fianco di uomini di destra che non avrebbero mai sopportato questo clima di intimidazione e di crudeltà, così come ormai la divisione e la rivalità sono così diffuse che impediscono alla sinistra ogni forma di aggregazione vera. Ogni possibilità di parlare al cuore delle persone».
Purtroppo oggi chi racconta cose scomode, «chi descrive la realtà infelice dell’Italia viene accusato dalle massime autorità politiche di gettare discredito sul Paese agli occhi del mondo. Chi fa del male all’Italia, chi denuncia i misfatti o chi li crea? (…) Raccontare la realtà non significa infangare il proprio Paese: significa amarlo, significa credere nella libertà. Raccontare è l’unico dannato modo di cambiare le cose». Personalmente, come giovane giornalista pubblicista, non ho altro da aggiungere, condivido quasi tutto. Mi discosto, ma non di molto, solo su un punto. Saviano scrive che i politici devono rispondere della loro vita privata. Non concordo. I politici devono innanzitutto rispondere del loro operato nella gestione della Cosa Pubblica, ma ultimamente si tende a privilegiare la sfera personale all'ambito pubblico, facendo diventare la politica un vero reality.
FONTE il settimanale "L'Espresso", da p.42 a p. 48


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