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giovedì 11 marzo 2010

«L'Italia sull'orlo del collasso? Ecco i motivi. Ma il cambiamento è possibile»

«Vivi come se dovessi morire domani. Impara come se dovessi vivere per sempre». (Gandhi). E’ di vitale importanza per ogni popolo fare di questo motto una condotta di vita, un imperativo categorico, perché – come affermava Hegel – «l’istruzione è l’arte di rendere l’uomo etico». Ma che cos’è il vero sapere? Imparare con umiltà e uscire dal provincialismo, che spesso inchioda alcuni territori all’immobilità. In queste province, che diventano i feudi dei malfattori, si guarda con pregiudizio il diverso, chi non si uniforma a un certo modo di pensare, di vedere e di inquadrare la realtà, cioè chi cerca di capire prima di giudicare e di carpire le peculiarità del contesto in cui vive con la mente analitica dello storico. La storia insegna ad abbattere i pregiudizi e a parlare con cognizione di causa, ma oggi questa disciplina è quasi demodé per gli alunni come per gli insegnanti. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti: l’Italia è sull’orlo del collasso. Si evince nel calcio, che è lo specchio della nostra società, nel settore industriale, dove le aziende hanno un costante bisogno di incentivi statali, e purtroppo nell’informazione, che non è mai stata pienamente libera per il perenne intreccio fra stampa, potere e politica. Il tallone d’Achille dell’Italia è sempre stato l’analfabetismo che i vari Governi non sono mai riusciti ad arginare nel vero senso della parola. Lo Stato siamo noi e chi ci ha rappresentato e oggi ci rappresenta (non faccio distinzioni di colore politico) è a nostra immagine e somiglianza. Al popolo italiano (non l’elite), in particolare ai meridionali, è stata per troppo tempo negata la capacità di pensare con la propria testa, di leggere e di conoscere. La causa? Un retaggio culturale che affonda le proprie radici non solo nelle varie dominazioni straniere, ma anche e soprattutto nella controriforma cattolica. I Paesi del Nord Europa sono più emancipati grazie alla riforma luterana: il popolo ebbe la possibilità già nel 1500 di leggere nella sua lingua madre la Bibbia, il libro dei libri. I cattolici, invece, sono riusciti ad accostarsi a questo importante testo - che a prescindere dal credo religioso ha un grande valore letterario, perché racchiude in sé diverse culture, come l’Ebraismo e il Cristianesimo - soltanto con il Concilio Vaticano II, cioè negli anni Sessanta del Novecento. La vera Unità d’Italia non è avvenuta nel 1861, bensì fra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, grazie al Concilio Vaticano II (Messa non più in latino, ma in italiano; possibilità di lettura delle Sacre Scritture in italiano) e soprattutto grazie alla televisione. Quindi, i nostri ritardi sono il frutto di un lungo processo storico che si è acuito in tutta la sua drammaticità nel Mezzogiorno d’Italia, dove spesso la lingua italiana è un optional. La via di uscita? Non la scolarizzazione di massa forzata, ma insegnare a pensare autonomamente (lo ripeterò all’infinito) e, quindi, a scegliere il lavoro in base alle attitudini di ogni individuo e non alla comodità (come spesso accade nella pubblica amministrazione e nella scuola) o alla possibilità di guadagno di una determinata professione. Le cose possono e devono cambiare! Ma il cambiamento deve partire da ognuno di noi!

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